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Il riscaldamento globale ridurrà la produzione agricola mondiale del 30% entro il 2050 se non si interviene

Roberto De Luca

2022-11-03
Archivio
Archivio – Lago Alegria, Usulután, El Salvador – SEAN HAWKEY

Gli effetti del riscaldamento globale ridurranno la produzione agricola mondiale del 30% entro il 2050 se non verranno adottate misure adeguate e, nel caso del mais, del grano e di altre colture, il calo potrebbe raggiungere l’80% nell’Africa meridionale.

È quanto emerge dal rapporto «Emergenza climatica, produzione alimentare e commercio equo e solidale», presentato giovedì dal coordinatore statale del commercio equo e solidale in occasione del vertice sul clima che inizierà il 7 novembre in Egitto.

«Dalla produzione al consumo, il commercio internazionale ha un impatto significativo sulla crisi climatica», ha dichiarato la direttrice esecutiva dell’organizzazione mondiale del commercio equo e solidale, Leida Rijnhout, sottolineando che il sistema commerciale mondiale «ha bisogno di una transizione urgente verso pratiche sostenibili, compresa la dimensione sociale che è l’altra faccia della medaglia di questa crisi».

Da parte sua, il responsabile del cambiamento climatico di Fairtrade International, Juan Pablo Solís, ha avvertito che «non ci si può aspettare che le piccole organizzazioni agricole, che già vivono in una situazione di povertà e vulnerabilità e che ricevono prezzi molto bassi per la loro produzione, si assumano l’intero costo della transizione ecologica».

Ha inoltre ricordato che «i Paesi ricchi devono onorare l’impegno degli Accordi di Parigi e raggiungere i 100 miliardi di dollari di finanziamenti per aiutare le comunità più vulnerabili a combattere una crisi che non hanno causato».

Secondo le stime del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo, i Paesi in via di sviluppo «avrebbero bisogno di 180-300 miliardi di dollari all’anno per le azioni di adattamento al cambiamento climatico».

Il rapporto conclude inoltre che il cambiamento climatico rappresenta «una grave minaccia per la produzione alimentare». Eventi estremi come tempeste, uragani e siccità devastano i raccolti, distruggono le infrastrutture agricole e portano alla desertificazione e alla riduzione delle terre coltivabili.

L’IFAD avverte inoltre che, senza adeguate misure politiche e climatiche, la produzione di mais, grano, miglio, piselli e altre colture in otto Paesi dell’Africa meridionale potrebbe diminuire fino all’80%. Nel caso del caffè, l’area adatta alla sua coltivazione potrebbe ridursi del 50% entro il 2050. Secondo una recente ricerca di Oxfam, inoltre, le rese agricole globali potrebbero diminuire del 30% entro il 2050.

Il rapporto sottolinea anche il ruolo «importante» delle organizzazioni agricole su piccola scala, che costituiscono il 95% delle aziende agricole nel mondo. Producono un terzo del cibo consumato a livello globale e nei Paesi in via di sviluppo rappresentano il 60-80% del cibo consumato.

L’80 PERCENTO DELLE PERSONE IN ESTREMA POVERTÀ VIVE IN AREE RURALI Lo studio rileva che l’80 per cento delle persone in estrema povertà vive in aree rurali e quindi ha particolari difficoltà a far fronte agli effetti del cambiamento climatico e a combatterlo. La Banca Mondiale stima che entro il 2050 143 milioni di persone in America Latina, Africa sub-sahariana e Asia meridionale potrebbero migrare verso le città per motivi legati al clima.

Il rapporto evidenzia l’impatto del commercio e della produzione convenzionale sul cambiamento climatico. Diverse agenzie delle Nazioni Unite sottolineano che i livelli insostenibili di produzione e consumo sono responsabili dell’emissione di una quantità allarmante di anidride carbonica e di altri gas nocivi nell’atmosfera.

Il rapporto rivela inoltre che l’agricoltura commerciale è responsabile dell’80% della deforestazione a livello mondiale e che ogni anno vanno persi 13 milioni di ettari di foresta. Inoltre, il processo di degrado del territorio, che già interessa più di un terzo della superficie mondiale, «si è impennato, soprattutto a causa della rimozione di praterie e savane per l’agricoltura».

Infine, la pubblicazione spiega come il Commercio Equo e Solidale e le sue pratiche dimostrino che «un modello di business ecologico con una vita dignitosa per i suoi lavoratori è possibile». Il documento sostiene che il pagamento di prezzi dignitosi e stabili, salari adeguati, formazione e consulenza «consentono alle organizzazioni agricole di effettuare una transizione ecologica mantenendo la produttività e il reddito».

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