
Parenti e familiari delle vittime dell’esplosione del porto di Beirut del 2020 hanno chiesto sabato le dimissioni del procuratore del Paese, Ghassan Ueidat, che questa settimana ha deciso di rilasciare tutti gli arrestati nel caso e di incriminare il giudice istruttore Tarek Bitar per evitare «spargimenti di sangue».
I circa sessanta manifestanti riuniti davanti al Palazzo di Giustizia di Beirut non hanno accettato queste dichiarazioni e hanno chiesto le dimissioni o l’immediato licenziamento del procuratore, che si è rifiutato di perseguire sospetti importanti come l’allora direttore generale della Sicurezza di Stato, Tony Saliba, o l’allora primo ministro Hassan Diab.
Quest’uomo ha ostacolato le indagini per due anni e quest’ultima decisione è vergognosa», ha dichiarato uno dei manifestanti al quotidiano «L’Orient le Jour».
La capitale libanese è in stato di massima allerta in vista di altre due manifestazioni indette per sabato a favore e contro il procuratore generale, alle quali le famiglie hanno scelto di non partecipare per non infiammare ulteriormente la situazione.
Infatti, le stesse famiglie sono riuscite a evitare che alla manifestazione di sabato davanti al Palazzo di Giustizia si unissero «telefonate sospette» provenienti da fonti non autorizzate con lo scopo di «incitare alla violenza».
Per il momento, l’esercito libanese ha già chiuso diversi quartieri, in particolare Shiyah, Ain el Remane e Tayune, già teatro di pesanti scontri lo scorso anno, riferisce il portale di notizie Naharnet.
Fonte: (EUROPA PRESS)






